Upton Sinclair (1878-1968), il “muckraker” della “Giungla”.
Osserverei in via preliminare che a molti lettori potrebbe sembrare superfluo riprendere qui un discorso su Upton Sinclair e la sua “Giungla”, romanzo tradotto in tutte le lingue e oggetto di una serie innumerevole di interventi critici.
Non si tratta tanto di compiere il solito gesto di omaggio verso un classico della letteratura americana, quanto di leggerlo “ex post” per notare, anzitutto, al di là del pregio letterario (tra l’altro non elevatissimo) (1), l’incredibile attualità di “The Jungle” (1906). In tempi come i nostri, in cui si parla tantissimo di “adulterazione alimentare”, malattie provocate nell’uomo da una gestione sconsiderata ( e uso solo un elegante eufemismo) degli animali “da macello”, nonché della difesa dei nostri prodotti “doc”, il minimo che dovrebbero fare i consumatori sarebbe quello di tenersi “The Jungle” sempre sul comodino, quale vero e indispensabile “livre de chévet”. Il perché è presto detto: il romanzo di Sinclair fu una delle prime, serie e convinte denunce delle “porcherie” che si mangiavano gli americani inizio Novecento, “grazie” alle fertili “menti da soldi” degli allora produttori di cibi in scatola, che perpetravano, alle spalle degli ignari consumatori, adulterazioni nefande nella fabbricazione degli alimenti, e, come corollario, anche e persino dei farmaci; ‘naturalmente’ con la complicità e connivenza di amministratori e politici corrotti. Si ricorda che, quando la cosa venne scoperta, si scatenò negli Stati Uniti un putiferio così grande, e una levata di scudi talmente senza precedenti dei consumatori, che l’allora Presidente Theodor Roosvelt intervenne decisamente con una serie severissima di leggi, con l’obiettivo di mettere ordine nel settore alimentare e farmaceutico. A tale proposito si tramanda un aneddoto interessante, che vide protagonista ancora Roosvelt. Infatti, a partire dai primissimi anni del Novecento (1902), un corpo nutrito di giornalisti e scrittori di “novels” si mise a scavare attentamente su un po’ tutti gli aspetti meno visibili della società americana, facendo così emergere un quadro generale di corruzione imponente. Roosvelt ebbe un’intuizione linguistica notevole, e definì tutti quelli che si impegnavano nello scoprire le magagne dell’America dei “muckrakers”; anzi, a essere più precisi, egli parlò di “ Muckraking movement”. L’interessantissima faccenda la spiegò benissimo, tanti anni fa, Salvatore Rosati: “… Il termine ‘muckraking’ significa letteralmente rastrellamento di rifiuti, per esempio, letame. Roosvelt si era evidentemente ricordato d’uno scrittore puritano inglese del Seicento, John Bunyan, che nel suo libro intitolato ‘L’Itinerario del pellegrino’ fa, in forma allegorica, un mistico racconto della vita umana e delle sue lotte contro il peccato. Tra le molte personificazioni di virtù e di vizi, il Bunyan parla di un ‘muckracker’, un uomo che è occupato a rastrellare paglia, fuscelli, polvere… Nell’intenzione del Bunyan, la sporcizia che il personaggio rastrella, rappresenta i fuggevoli e impuri beni mondani: invece il Roosvelt volle indicare la sporcizia delle corruzioni politiche ed amministrative. I giornalisti e i giornali che vi si dedicarono, furono chiamati ‘muckrakers’, cioè rastrellatori di sudiciume…” (2). Premesso che di coraggiosi “muckrakers” ne avrebbe estremo bisogno anche l’Italia d’oggidì, profondamente “americanizzata” in moltissimi dei suoi aspetti, ecco, in sintesi i temi sviluppati in “The Jungle”, che, a causa di essi , “fu rifiutato da tutti gli editori e lo scrittore dovette stamparlo a sue spese. Fu un successo immediato, con 300.000 copie vendute nel primo anno…” (3). Intanto Sinclair comincia con il presentare una massa di emigranti, giunti in America per cercare lavoro. Il romanzo è estremamente realistico, in quanto lo scrittore aveva compiuto un’inchiesta estremamente minuziosa. Visto sotto una certa ottica, si potrebbe anche vedere come un documento di storia del lavoro, in quanto vengono analizzati anche i metodi di produzione e la condizione operaia in America all’inizio del Novecento, poiché Upton Sinclair analizza la storia di una famiglia operaia di origine lituana, legando la cosa inevitabilmente alla questione dell’emigrazione negli Stati Uniti. Ci sono nel romanzo osservazioni “sociologiche” decisamente interessanti, che vanno dall’ “atrofizzazione” delle facoltà umane non “usate” per la ripetitività del lavoro, al salario delle donne uguale alla metà di quello dell’uomo , alla corruzione. Raccontando quindi la fabbrica, la “Giungla” narra di Rudkus e della sua famiglia letteralmente stritolati nell’industria della carne: a monte le ingiustizie sociali create dal capitalismo. Nessuna protezione e igiene sotto zero. Tutta, ma proprio tutta la carne veniva “riusata” e quindi ridotta a salsicce: da quella ammuffita e “secolare”, a quella dei topi a quella raccolta da i pavimenti sudici . Il protagonista del romanzo si chiama Jurgis Rudkus, un giovane emigrato lituano, arrivato con la famiglia negli Stati Uniti e anch’egli ammaliato dal sogno americano. A Chicago trova lavoro nel quartiere dei macelli, dove gli emigrati vengono sfruttati nel fisico e nel morale. Jurgis, dopo una serie inenarrabile di difficoltà riesce a trovare una via di salvezza. Concludo col dire che “The Jungle” è un libro terribile e tremendo nel suo realismo, che non conosce reticenze: Jurgis è un giovane forte e pieno di energie, che si trova a lavorare in un ambiente sordido: la descrizione dei luoghi e dei “metodi” di lavoro in quella “fabbrica” di Chicago si trasformano, sotto la penna di Upton Sinclair, in un girone infernale, dove gli operai sono ridotti a “demoni”, che in fila aspettano le loro vittime, ognuna delle quali viene colpita in testa, due tre volte, poi tagliata, scuoiata: uomini, dice Sinclair, addetti chi a tagliare, chi a raschiare, chi a bollire, chi ad appendere le carcassa ai chiodi. L’ambiente in cui si lavora è sporco al di là di tutti i limiti della decenza: nel reparto in cui lavorava Elzbieta tutto veniva messo dentro la salsiccia: carne che tornava dall’Europa perché rifiutata, tolta dal pavimento pieno di sputi; carne mischiata a ratti ed escrementi, e a sporcizia di ogni tipo: un vero “macello” per una qualsiasi presunta società civile; non una “città dell’uomo”, ma una Dite satanica. Jurgis ed Ona la sera “tornavano a casa insieme, spesso senza dire una parola”. Lo spirito degli operai viene fiaccato. Iurgis beve e Ona è come stralunata, urla a Jurgis di strapparla da quel luogo, perché si sente impazzire. Risparmio al lettore sensibile e amante degli animali altri particolari insopportabili a chiunque rientri nella possibile definizione di “uomo”. Come dicevo, quello di Upton Sinclair è un romanzo sconvolgente, che lascia il lettore stupefatto di fronte a una realtà inaccettabile sotto ogni punto di vista. Quello non era un “lavoro”, ma un’attività di brutali aguzzini della peggior specie, letteralmente disumanizzati, e ridotti a “cose” senza più pensiero. Allo stesso modo con cui la “materia” sconvolge noi, così deve avere letteralmente stravolto anche Upton Sinclair: e qui stanno le scaturigini della sua critica costante alle “deviazioni” del capitalismo, e la sua “conversione” al socialismo. Dopo l’esperienza dei macelli di Chicago Sinclair diventa vegetariano e socialista; e Jurgis anche: forse non vegetariano, ma socialista sì. Infatti, nella seconda parte del romanzo, si assiste a una lenta presa di coscienza di Jurgis, il quale, dopo un primo momento di sbandamento per la perdita del lavoro, si rende conto sempre più e sempre meglio dei meccanismi che regolano la Chicago in cui si trova a vivere: un mondo ove trionfa la corruzione a tutti i livelli, mentre il “proletariato” vive in uno stato “di schiavitù mai vista”. Di qui il suo lento avvicinarsi al socialismo, in cui intravede l’unico strumento di liberazione, della “propria” liberazione. Finalmente, sentiva di poter diventare un uomo “libero”. In quel movimento “avrebbe avuto qualcosa per cui combattere, qualcosa per cui morire, se necessario! Qui erano gli uomini che lo avrebbero valorizzato e lo avrebbero aiutato; e dove avrebbe trovato amici ed alleati” (4). Nonostante le mille difficoltà in cui si trova coinvolto, Jurgis è profondamente convinto che un giorno non lontano anche i lavoratori di Chicago avrebbero ottenuto il riconoscimento dei loro diritti. Il romanzo, infatti, si chiude con una sorta di “profezia”: “ Chicago sarà nostra! Chicago sarà nostra!”.
Enzo Sardellaro, professore di Lettere Italiane e Storia
blog: http://blog.libero.it/Literhistorwork
Note
1) Il giudizio è di S. Rosati, “Narratori americani contemporanei”, ERI-Edizioni Rai, Torino, 1959, p. 78.
2) Ivi, pp. 76-77.
3) F. Tonello, “La nuova macchina dell’informazione: culture, tecnologie e uomini nell’industria americana dei media”, Milano, Feltrinelli, 1999, p. 28.
4) Traduzione libera da U. Sinclair, “The Jungle”, edizione in inglese del 1920. Il romanzo si può oggi leggere in varie edizioni italiane ( Saggiatore, Net).